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La Stadera
di Ruggiero Rutigliano·2 giorni fa·3 min di lettura

LUTTO NEL MONASTERO DI BOSE - La morte di fr. Enzo Bianchi e la sua eredità materiale e spirituale

Stadera n. 170 - Set/Ott 2026

La notizia di qualche giorno fa della nascita al cielo di fratel Enzo Bianchi ha colpito la comunità cristiana tutta e non solo. È stato un uomo di fede profonda e grande cultura che ha dedicato gran parte della sua vita alla visione ecumenica della Chiesa stessa e all’apertura verso i non credenti.

Nato durante il secondo conflitto mondiale, ha fondato la comunità monastica di Bose di cui è stato priore sino al 2017. Qui vivono persone di confessioni

cristiane differenti, intenti a studiare e vivere il Vangelo, seppur pensieri teologici differenti, ma uniti dall’amore per Cristo e per la verità. Per motivi riguardanti “l’esercizio dell’autorità” all’interno del monastero stesso, fr. Enzo è stato poi allontanato da qui su provvedimento della Santa Sede. Ma ha continuato, sino al primo settembre u.s. a vivere il Vangelo e a testimoniare con la propria esistenza l’amore di Dio per l’essere umano e quello tra noi.

Pur non essendoci stato un incontro di persona tra fr. Enzo e fr. Sabino Chialà, nuovo priore della comunità di Bose, i messaggi che si sono scambiati per qualche mese hanno portato alla volontà di riconciliazione tra fr. Enzo e la comunità da lui fondata e cresciuta tanto.

Ho conosciuto fr. Enzo in uno dei suoi innumerevoli incontri presso varie associazioni religiose e non, in particolare al festival della Filosofia a Modena-Carpi nel 2020: i suoi contenuti sono stati davvero edificanti per me che hanno permesso in me una “rivoluzione” sul pensiero cristiano riguardo il tema del lavoro, partendo dal libro del Genesi. Lo ricordo come un uomo rigoroso nel ragionamento, innovativo nella modalità di accostamento al tema trattato e all’apertura all’altro con amore, dedizione e cura. Il suo timbro di voce grave, ma anche le sue pause, piene di riflessioni, durante il suo intervento, sono per me ricordi pieni di emozione e di gratitudine a Dio per averlo incrociato nella mia vita.

La sua ricerca di Dio attraverso la sua Parola lo ha portato ad aprirsi al pensiero teologico delle altre confessioni cristiane e religioni, in particolare a quella ebraica, senza escludere i non credenti. Un po’ come ha operato un grande nostro confratello, il compianto card. Carlo Maria Martini. Ha scritto numerosi saggi dove traspare in maniera evidente l’incrocio tra “mente e cuore”: la sua lunga esperienza di vita di comunità monastica e la sua profonda saggezza si mescolano con aspetti “innovativi” circa lo studio e l’interpretazione del testo biblico e il rapporto con Dio e con gli altri esseri umani.

Numerosi gli interventi ed i post per la sua morte sui social media.

Presso il monastero da lui fondato tutti erano accolti, indipendentemente dal nome o dagli abiti indossati: giovani in ricerca ed adulti nella vita e nella fede, credenti, dubbiosi e non credenti, persone semplici e politici, filosofi come Cacciari e gente comune; la parola d’ordine era fraternità, accompagnata dalla cura e dall’ascolto.

Una sua riflessione finale in uno dei suoi testi, che mi ha particolarmente colpito, riporta che su questo pianeta siamo in cammino, che “nel frattempo noi continuiamo ad attendere nella speranza la manifestazione finale della Gloria di Dio”, individuabile nella Shekinah ovvero “lo spazio in cui il Padre va adorato in Spirito e Verità, cioè nello Spirito santo e in Cristo Gesù”.

Siamo, appunto, nel “frattempo” ovvero nel tempo-fra, quello che ci separa dalla seconda nascita, quella al cielo. Un tempo ed uno spazio tutto nostro. Un “frattempo” ed una Shekinah, secondo fr. Enzo, da vivere con impegno fraterno e cura tangibile, con consapevole apertura mentale e tenera accoglienza dell’altro/a, qualsiasi egli/ella sia.

Ruggiero Rutigliano

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