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La Stadera
di Mariagrazia Spadaro·1 anno fa·5 min di lettura

Adolescence. Una Serie Che Turba Ma Fa Riflettere

Stadera n. 162

Stadera n. 162 – Mag/Giu 2025

Qualche mese fa è uscita sulla piattaforma streaming Netflix la serie TV “Adolescence”, la quale ha riscosso maggiore interesse e non poche riflessioni. Si tratta di una miniserie britannica da quattro puntate che si concentra sui temi dell’adolescenza, del bullismo, dei malesseri occultati tra le pieghe virtuali delle emoticon, nonché dei genitori e della scuola, degli adulti educatori che guardano senza vedere, che parlano un altro linguaggio, che restano tranquilli sul divano finché non si accorgono della tragedia. E allora prima negano, poi ne sono sconvolti.

La prima puntata inizia con la polizia che irrompe all’improvviso una mattina nella vita e nella casa, della famiglia Miller. L’accusa per il figlio più piccolo Jamie, appena tredicenne, è di aver ucciso a coltellate una coetanea. Ma più che su“cosa” ha fatto, la miniseriesi sofferma sul perchél’ha fatto. Girati in un unicopiano sequenza attraverso la telecamera che mette lo spettatore nella condizione di vivere i momenti, per cui gli episodi ciprovocano e ci angosciano.

La narrazione ci porta nel mondo oscuro dell’adolescenza, considerato sconosciuto per gli adulti, e con loro i significati delle emoticon o parole come incel (ndr “casti non per scelta”, uomini eterosessuali che si sentono discriminati e rifiutati dalle donne e che le incolpano di privarli di ciò che è un loro diritto). Poi c’è la sfera sessuale, per la quale le ragazze preferiscono parlarne al di fuori della famiglia. Perciò è necessaria la presenza di educatori esterni che siano in grado di entrare in empatia con i ragazzi, attraverso l’ascolto non giudicante ma attento e protettivo.

Il mondo dei ragazzi appare inaccessibile agli adulti, che non ne conoscono népadroneggiano i codici. Il mondo dellaGen-z (i nati alla fine degli anni Novanta)o della Gen-Alpha (i nati dopo il 2010) ètanto “materiale” quanto “virtuale”, emolte delle dinamiche di Adolescence(bullismo, cyber-bullismo, diffusione nonconsensuale di immagini pornografiche,ma anche violenza e misoginia) sono riconducibili ai social media. Nel vedere la serie viene in mente un libro del mass-mediologo Joshua Meyrowitz (Oltre il senso del luogo, Baskerville), che già negli anni Novanta sottolineava come l’infanzia e l’adolescenza venivano liquidate per via dell’azione dei mezzi di comunicazione. Senza più una separazione (e una protezione) dal “mondo dei grandi”, i ragazzi sembrano diventare adulti precoci: e così JamieMiller è raccontato come un bambinoche dorme con un peluche nel letto, maanche un uomo capace di sconcertantiscatti d’ira.

Molte volte vediamo genitori che fanno fatica: iperprotettivi, non accettano e non fannoaccettare le frustrazioni, non aiutanoa crescere. Ma stare bene insieme tra ragazzi può essere un antidoto: in classe, il pomeriggio con lo sport di squadra o gli scout. Èuna socialità sana. Una rete che funziona, fuori casa, non da soli davanti a un cellulare dentro a una cameretta». Laddove sia difficile stabilire ponti e connessioni tra ragazzi e genitori, può essere utile affidarsi ai professionisti poiché l’importanza di chiedere aiuto può rivelarsi proficuo per entrambe le parti.

“Mi dispiace ragazzo. Avrei potuto fare di meglio». È questa la fraseche chiude laserie. A pronunciarla è il padre di Jamie. La serie mette a fuoco la necessità di una paternità rinnovata. E più in generale, di una genitorialità rinnovata. La storiaci mostra un padreconfuso, che è stato un figlio confusoe che diventa padre portandonella relazione con suo figlio Jamiei propri bisogni irrisolti. Adolescencemette in scena tutta la faticadella genitorialità contemporanea,allontanatasi dal modello delle generazioniprecedenti, ma incapace di generarne uno nuovo. Si vedono ragazzi affamati di validazione attraverso la modalità ingannevole della comunicazione proposta dai social media.

I preadolescenti vengono raccontati come soggetti narcisisticamente fragili alla ricerca di un rispecchiamento esterno che dia loro valore e che confermi precocemente un’identità ricercata e non raggiunta con maturità. Si ha lapercezione che il dramma di Jamienon sia solo suo, ma di un’intera generazione, costretta a fare tutto troppo presto e cresciuta da adulti confusi che non hanno saputo trovare la bussola per orientare il proprio progetto educativo in un tempo abitato dal disorientamento collettivo.

C’è un vuoto etico, c’è una mancanza di empatia che trasforma il tempo della vita in un tempo di conflitto dove invece che allearsi, ci si trova a essere tutti contro tutti. Credo che questa serie faccia tanto parlare, perché obbliga noi adulti a riflettere partendo dalla domanda “Dove ci siamo persi?”. Il film non dà una risposta semplice, perché mostra una complessità di fattori alla radicedi quel senso di confusione oggipandemico, portandoci ad empatizzare con il padre di Jamie, quando nella scena finale, piange lacrime di dolore a fianco dell’orsacchiotto di suo figlio. Quel figlio che ha dormito avendo un orsacchiotto appoggiato sul cuscino del letto la notte prima dell’alba in cui è stato prelevato e portato in carcere per omicidio.

Dormire stringendo un orsacchiotto, dopo aver ucciso una coetanea a coltellate: il paradosso della crescita oggi sta tutto in questa contraddizione. Figli ancorapiccolissimi che fanno le peggio cosedel mondo adulto. Mentre i genitori, confusi e disorientati, li perdono di vista. È proprio questo ciò che dichiara il papà: «Il problema è che ho perso di vista mio figlio». Ma forse il problema principale è che noi adulti abbiamo perso di vista il nostro ruolo di adulti. Adolescence ti turba come raramente accade. Ma è un turbamento che fa riflettere.

Mariagrazia Spadaro

mariagrazia.spadaro2110@gmail.com

Mariagrazia Spadaro

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